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Thursday, May 25, 2017

Iliade - Libro Tredicesimo - vv. 502-600 - Morti di Enomao, Ascalafo, Afareo, Toone ed Adamante.



I combattimenti di massa, che continuano (cfr. 540), costituiscono il palcoscenico per due scontri simili; 506-539 in particolare segue lo schema di 169-205. I Greci mantengono il vantaggio (i combattenti troiani sono in caratteri corsivi):
A             1.             Enea tira contro Idomeneo, ma lo manca (502-505);
2.             Idomeneo uccide Enomao, ma non riesce a spogliarlo delle armi e si ritira (506-515);
3.             Deifobo tira contro Idomeneo, ma uccide invece Ascalafo (516-525);
4.             Merione ferisce Deifobo, avanza e recupera la sua lancia (526-539);
B             1.             Enea uccide Afareo (541-544);
2.             Antiloco uccide Toone, lo spoglia delle armi e si ritira (545-559);
3.             Adamante scagli la lancia contro Antiloco, ma la punta non penetra (560-566);
4.             Merione uccide Adamante, avanza e recupera la sua lancia (567-575).
I tre Troiani uccisi, elencati in 12.140 come al seguito di Asio, muoiono in ordine inverso. La lingua è tradizionale, come ci si aspetta data la mancanza di discordi in 487-725 (con l’eccezione di 620-639).

502
502       Αἰνείας δὲ πρῶτος ἀκόντισεν Ἰδομενῆος:
Enea per primo tira (da ἀκοντίζω, con il genitivo della persona contro cui si scaglia l’arma, ed il dativo dell’arma) contro Idomeneo;
503       ἀλλ᾽ ὃ μὲν ἄντα ἰδὼν ἠλεύατο χάλκεον ἔγχος[1],
egli però vedendolo di fronte, faccia a faccia (da ἄντα , avverbio Ep.: ἄ. ἰδεῖν), scansò (da ἀλέομαι, con l’accusativo della cosa), l’asta di bronzo
504       αἰχμὴ δ᾽ Αἰνείαο κραδαινομένη κατὰ γαίης
la punta della lancia (da αἰχμή , ἡ) di Enea vibrando (da κραδαίνω) giù a terra
505       ᾤχετ᾽, ἐπεί ῥ᾽ ἅλιον στιβαρῆς ἀπὸ χειρὸς ὄρουσεν.
finiva (da οἴχομαι), poiché a vuoto via dal braccio potente (da στιβαρός , ά, όν) era partita (da ὀρούω).
506       Ἰδομενεὺς δ᾽ ἄρα Οἰνόμαον βάλε γαστέρα μέσσην,
Idomeneo a questo punto colpì Enomao il pieno ventre,
507       ῥῆξε δὲ θώρηκος γύαλον[2], διὰ δ᾽ ἔντερα χαλκὸς
508       ἤφυσ᾽: ὃ δ᾽ ἐν κονίῃσι πεσὼν ἕλε γαῖαν ἀγοστῷ.[3]
ruppe (da ῥήγνυμι) la parte curva (da γύαλον , τό, comunque di non facile interpretazione) della corazza (da θώραξ , ακος, Ep. e Ion. θώρηξ , ηκος, ὁ), le viscere (da ἔντερον , τό) tirò fuori (da διαφύσσω in tmesi: fuoriscono quasi come un liquido) il bronzo: quello, cadendo nella polvere, prende, stringe la terra con il palmo della mano (da ἀγοστός , ὁ, uso limitato a quest’espressione).
509       Ἰδομενεὺς δ᾽ ἐκ μὲν νέκυος δολιχόσκιον ἔγχος
Idomeneo dal corpo (da νέκυς , υος, ὁ) la lunga asta
510       ἐσπάσατ᾽, οὐδ᾽ ἄρ᾽ ἔτ᾽ ἄλλα δυνήσατο τεύχεα καλὰ
tira via (da σπάω); ma non più riesce (da δύναμαι) le belle armi
511       ὤμοιιν ἀφελέσθαι: ἐπείγετο γὰρ βελέεσσιν.[4]
a strappare via, a togliere (da ἀφαιρέω, in costruzione per lo più ἀ. τί τινι), dalle spalle; infatti era oppresso (da ἐπείγω) dai dardi, dai colpi (da βέλος , εος, τό).
512       οὐ γὰρ ἔτ᾽ ἔμπεδα γυῖα[5] ποδῶν ἦν ὁρμηθέντι,
Non più infatti le articolazioni del piede erano salde (da ἔμπεδος , ον, (πέδον): lett. “basato sul suolo”) a lui che assaltava (da ὁρμάω),
513       οὔτ᾽ ἄρ᾽ ἐπαΐξαι μεθ᾽ ἑὸν βέλος οὔτ᾽ ἀλέασθαι.
né per balzare (da ἐπαίσσω) dietro al suo stesso colpo, lancio, arma (da βέλος , εος, τό), né a schivare (da *ἀλέω , solo al medio ἀλέομαι).
514       τώ ῥα καὶ ἐν σταδίῃ μὲν ἀμύνετο νηλεὲς ἦμαρ,
Poi anche solo nel corpo a corpo (da στάδιος , α, ον) distoglieva, allontanava (da ἀμύνω), il giorno spietato, crudele, fatale (da νηλής , ές, Ep. neutro νηλεές),
515       τρέσσαι δ᾽ οὐκ ἔτι ῥίμφα πόδες φέρον ἐκ πολέμοιο.
però non più i piedi leggermente, agilmente, rapidamente (da ῥίμφα , avverbio), lo portavano per fuggire, per sottrarsi a (da τρέω), la battaglia
516       τοῦ δὲ βάδην ἀπιόντος ἀκόντισε δουρὶ φαεινῷ
Contro di lui che si ritirava (da ἄπειμι) passo dopo passo, gradualmente (da βάδην , avverbio (βαίνω): non stava quindi fuggendo, ma si stava ritirando con cautela), scaglia (da ἀκοντίζω, con il dativo dell’arma ed il genitivo della persona contro cui si scaglia: il verbo è specifico della lancia) l’asta scintillante
517       Δηΐφοβος: δὴ γάρ οἱ ἔχεν κότον ἐμμενὲς αἰεί.
Deifobo: infatti sempre incessantemente (da ἐμμενής , ές, Omero ha solamente il neutro ἐμμενές come avverbio, sempre nella frase ἐ. αἰεί) provava rancore (da κότος , ὁ, più radicato del sentimento espresso da χόλος) contro di lui.
518       ἀλλ᾽ ὅ γε καὶ τόθ᾽[6] ἅμαρτεν, ὃ δ᾽ Ἀσκάλαφον βάλε δουρὶ
Quello però anche questa volta, anche allora sbagliò (da ἁμαρτάνω), e colpì con la lancia Ascalafo,
519       υἱὸν Ἐνυαλίοιο[7]: δι᾽ ὤμου δ᾽ ὄβριμον ἔγχος
figlio di Enialio: attraverso la spalla la lunga lancia
520       ἔσχεν: ὃ δ᾽ ἐν κονίῃσι πεσὼν ἕλε γαῖαν ἀγοστῷ[8].
passò (da ἔχω: intransitivo): colpisce; quello, cadendo nella polvere, prende, stringe la terra con il palmo della mano (da ἀγοστός , ὁ, uso limitato a quest’espressione).
521       οὐδ᾽ ἄρα πώ τι πέπυστο βριήπυος[9] ὄβριμος Ἄρης[10]
Però in alcun modo nulla aveva saputo (da πυνθάνομαι) il forte, potente Ares dalla possente voce (da βριήπυος , ον)
522       υἷος ἑοῖο πεσόντος ἐνὶ κρατερῇ ὑσμίνῃ,
di suo figlio caduto nella dura battaglia,
523       ἀλλ᾽ ὅ γ᾽ ἄρ᾽ ἄκρῳ Ὀλύμπῳ ὑπὸ χρυσέοισι νέφεσσιν
ma egli invece sul punto più alto (da ἄκρος , α, ον) dell’Olimpo, sotto nuvole (da νέφος , εος, τό) d’oro,
524       ἧστο Διὸς βουλῇσιν ἐελμένος, ἔνθά περ ἄλλοι
se ne stava (da ἧμαι) confinato (da εἴλω) in seguito ai piani (da βουλή , ἡ) di Zeus, e proprio qui gli altri
525       ἀθάνατοι θεοὶ ἦσαν ἐεργόμενοι πολέμοιο.
dei immortali erano, se ne stavano, tenuti lontani (da ἔργω) dalla guerra.
Enomao (T)
Ascalafo (A)
526
526       οἳ δ᾽ ἀμφ᾽ Ἀσκαλάφῳ αὐτοσχεδὸν ὁρμήθησαν[11]:
Questi dunque sul corpo di (da ἀμφί, ma ha anche senso causale, “per Ascalafo; per il corpo di Ascalafo”) Ascalafo si avventarono (da ὁρμάω) nel combattimento corpo a corpo (da αὐτοσχεδόν , avverbio, in Omero sempre riferito al combattimento ravvicinato),
527       Δηΐφοβος μὲν ἀπ᾽ Ἀσκαλάφου πήληκα φαεινὴν
Deifobo da Ascalafo l’elmo (da πήληξ , ηκος, ἡ) splendente, lucente
528       ἥρπασε, Μηριόνης δὲ θοῷ ἀτάλαντος Ἄρηϊ
strappò via (da ἁρπάζω), ma Merione, simile al rapido Ares,
529       δουρὶ βραχίονα τύψεν ἐπάλμενος, ἐκ δ᾽ ἄρα χειρὸς
balzando in avanti con la lancia colpì (da τύπτω, qui con l’accusativo della parte colpita) il braccio (da βραχίων , ονος, ὁ), ed ecco che dalla mano
530       αὐλῶπις τρυφάλεια χαμαὶ βόμβησε πεσοῦσα.
l’elmo (da τρυφάλεια , ἡ) fornito di tubo per il pennacchio (da αὐλῶπις , ιδος, ἡ, (ὤψ), nell’Iliade sempre epiteto di τρυφάλεια: significato non chiaro, un’altra interpretazione fa riferimento alla visiera munita di fori per vedere) rimbombò (da βομβέω) cadendo (da πίπτω) a terra.
531       Μηριόνης δ᾽ ἐξ αὖτις ἐπάλμενος αἰγυπιὸς ὣς
Merione di nuovo scattando (da ἐξεφάλλομαι, in tmesi) come un avvoltoio (da αἰγυπιός , ὁ)
532       ἐξέρυσε πρυμνοῖο βραχίονος[12] ὄβριμον ἔγχος,
dalla parte superiore del braccio (da πρυμνός , ή, όν, dove il braccio si unisce alla spalla) strappò via (da ἐξερύω, con il genitivo) la lunga, pesante lancia,
533       ἂψ δ᾽ ἑτάρων εἰς ἔθνος ἐχάζετο[13].
e immediatamente indietreggiava (da χάζομαι) verso il gruppo (da ἔθνος , εος, τό) dei compagni.
533       τὸν δὲ Πολίτης
534       αὐτοκασίγνητος περὶ μέσσῳ χεῖρε τιτήνας
Allora Polite, il fratello, a lui stendendo, mettendo (da τιταίνω, con il doppio accusativo τὸν […] χεῖρε τιτήνας), le due braccia intorno alla vita (da μέσος , η, ον, Ep. μέσσος)
535       ἐξῆγεν πολέμοιο δυσηχέος, ὄφρ᾽ ἵκεθ᾽ ἵππους[14]
lo portava via (da ἐξάγω, per lo più con il genitivo del luoco) dalla battaglia dal suono cupo, dal suono sinistro (da δυσηχής , ές, (ἠχέω)), finchè raggiunse (da ἱκνέομαι) i cavalli
536       ὠκέας, οἵ οἱ ὄπισθε μάχης ἠδὲ πτολέμοιο
veloci, che a lui dietro (da ὄπισθεν , ὄπισθε prima di una consonante: preposizione con il genitivo) la guerra e al combattimento
537       ἕστασαν ἡνίοχόν τε καὶ ἅρματα ποικίλ᾽ ἔχοντες:
stavano, con (da ἔχω: il part. pres. Insieme ad un altro verbo ha praticamente il senso di “con”) l’auriga e il carro abilmente lavorato, cesellato (da ποικίλος , η, ον);
538       οἳ τόν γε προτὶ ἄστυ φέρον βαρέα στενάχοντα
questi dunque lui portavano verso la città, fino alla città, mentre gemeva (da στενάχω) forte
539       τειρόμενον: κατὰ δ᾽ αἷμα νεουτάτου ἔρρεε χειρός.
sfinito, indebolito (da τείρω); il sangue scorreva (da ῥέω) giù dal braccio appena ferito (da νεούτατος , ον, (οὐτάω)).

540
540       οἳ δ᾽ ἄλλοι μάρναντο, βοὴ δ᾽ ἄσβεστος ὀρώρει.[15]
Gli altri intanto combattevano (da μάρναμαι), e un grido inestinguibile (da ἄσβεστος , ον, anche η, ον) si era alzato (da ὄρνυμι).
541       ἔνθ᾽ Αἰνέας Ἀφαρῆα Καλητορίδην ἐπορούσας
E qui Enea balzando su (da ἐπορούω, con l’accusativo) Afareo Caletoride, figlio Caletore,
542       λαιμὸν τύψ᾽ ἐπὶ οἷ τετραμμένον ὀξέϊ δουρί:
mentre era rivolto (da τρέπω) verso di lui, (lo) colpì (da τύπτω: la parte colpita qui è in accusativo) alla gola (da λαιμός , ὁ) con la lancia affilata, puntuta;
543       ἐκλίνθη δ᾽ ἑτέρωσε κάρη, ἐπὶ δ᾽ ἀσπὶς ἑάφθη[16]
544       καὶ κόρυς,
si piega (da κλίνω) la testa all’indietro (da ἑτέρωσε, vedi 8.306: “all’indietro”, in direzione opposta all’origine del colpo), ma sopra (di lui) lo scudo (da ἀσπίς , ίδος, ἡ) e l’elmo (da κόρυς , υ^θος, ἡ) resta allacciato (da ἑάφθη, un aoristo passivo che compare solo qui e in 14.415, = ἥφθη),
544       ἀμφὶ δέ οἱ θάνατος χύτο θυμοραϊστής[17].
mentre intorno a lui cala, scende, si spande (da χέω), la morte che distrugge la vita, rovinosa (da θυμοραϊστής, οῦ).
545       Ἀντίλοχος δὲ Θόωνα μεταστρεφθέντα δοκεύσας
Antiloco, dopo aver atteso (da δοκεύω, controllava i movimenti di Toone attendendo che si voltasse) che Toone si voltasse (da μεταστρέφω),
546       οὔτασ᾽ ἐπαΐξας, ἀπὸ δὲ φλέβα[18] πᾶσαν ἔκερσεν,
balzatogli sopra (da ἐπαίσσω) (lo) ferisce (da οὐτάζω, οὐτάω), recide (da ἀποκείρω, in tmesi) per intero la vena (da φλέψ , ἡ, gen. φλεβός)
547       ἥ τ᾽ ἀνὰ νῶτα θέουσα διαμπερὲς αὐχέν᾽ ἱκάνει:
che correndo (da θέω) attraverso la schiena (da νῶτον , τό, oppure νῶτος , ὁ, pl. sempre νῶτα, τά negli scrittori più antichi) per tutta la lunghezza (da διαμπερές , avverbio) raggiunge il collo;
548       τὴν ἀπὸ πᾶσαν ἔκερσεν: ὃ δ᾽ ὕπτιος ἐν κονίῃσι
questa recise per intero; egli allora supino, sulla schiena (da ὕπτιος , α, ον), nella polvere
549       κάππεσεν[19], ἄμφω χεῖρε φίλοις ἑτάροισι πετάσσας[20].[21]
cadde, crollò (da καταπίπτω), entrambe le braccia agli amati compagni, ai suoi compagni, tendendo (da πετάννυμι).
550       Ἀντίλοχος δ᾽ ἐπόρουσε, καὶ αἴνυτο τεύχε᾽ ἀπ᾽ ὤμων[22]
Antiloco (gli) salta addosso (da ἐπορούω), e gli strappava (da αἴνυμαι) le armi dalle spalle.
551       παπταίνων: Τρῶες δὲ περισταδὸν ἄλλοθεν ἄλλος
guardingo, guardandosi intorno (da παπταίνω): i Troiani stando accanto (da περισταδόν, avverbio) chi da una parte chi dall’altra
552       οὔταζον σάκος εὐρὺ παναίολον, οὐδὲ δύναντο
colpivano (da οὐτάζω, οὐτάω) l’ampio scudo tutto splendente, dai molti colori (da παναίολος , ον), me non riuscivano
553       εἴσω ἐπιγράψαι τέρενα χρόα νηλέϊ χαλκῷ
all’interno (da εἴσω , ἔσω (per ragioni metriche): quindi da intendersi sotto lo scudo) a graffiare (da ἐπιγράφω) con il bronzo crudele, spietato, la delicata, tenera carne
554       Ἀντιλόχου: πέρι γάρ ῥα Ποσειδάων ἐνοσίχθων
di Antiloco; tutt’intorno infatti Poseidone scuotitore della terra
555       Νέστορος υἱὸν[23] ἔρυτο καὶ ἐν πολλοῖσι βέλεσσιν.
soccorre (da ῥύομαι) il figlio di Nestore anche tra i fitti colpi.
556       οὐ μὲν γάρ ποτ᾽ ἄνευ δηΐων ἦν, ἀλλὰ κατ᾽ αὐτοὺς
Infatti neppure per un momento restava senza (da ἄνευ , preposiyione con il genitivo: nel senso di “lontano da”, ἄνευ solo qui, altrove ἄνευθεν) nemici, ma in mezzo ad essi
557       στρωφᾶτ᾽: οὐδέ οἱ ἔγχος ἔχ᾽[24] ἀτρέμας, ἀλλὰ μάλ᾽ αἰεὶ
si aggirava (da στρωφάω): nè la lancia gli rimaneva (da ἔχω) senza movimento, immobile (da ἄτρεμας , avverbio), ma sempre molto
558       σειόμενον ἐλέλικτο: τιτύσκετο δὲ φρεσὶν ᾗσιν[25]
scossa, squassata (da σείω) veniva impugnata (da ἐλελίζω): aveva in mente, progettava (da τιτύσκομαι, qui con l’infinito),
559       ἤ τευ ἀκοντίσσαι, ἠὲ σχεδὸν ὁρμηθῆναι[26].
o di lanciare (da ἀκοντίζω , con τινός) contro qualcuno, o di avventarsi (da ὁρμάω) da vicino.
Afareo (A)

Toone (T)
560
560       ἀλλ᾽ οὐ λῆθ᾽ Ἀδάμαντα τιτυσκόμενος καθ᾽ ὅμιλον
Ma mentre prendeva la mira (da τιτύσκομαι) in mezzo al mucchio non sfuggiva all’attenzione (da λανθάνω, “sfuggo all’attenzione di qualcuno”, con l’accusativo della persona) di Adamante,
561       Ἀσιάδην, ὅ οἱ οὖτα μέσον σάκος ὀξέϊ χαλκῷ
figlio di Asio, che a lui colpiva (da οὐτάω, con l’accusativo) il centro dello scudo con il bronzo acuto, affilato,
562       ἐγγύθεν ὁρμηθείς: ἀμενήνωσεν[27] δέ οἱ αἰχμὴν
dopo esser venuto (da ὁρμάω) vicino: a lui però indebolì, rese molle (da ἀμενηνόω), la punta
563       κυανοχαῖτα[28] Ποσειδάων βιότοιο μεγήρας.
Poseidone dalla chioma blu scuro (da κυανοχαίτης , ου, ὁ, anche con nominativo κυανοχαῖτα, come in Il. 13.563, 14.390), negando(gli) (da μεγαίρω, qui con il genitivo della cosa che viene rifiutata: si veda la costruzione φθονεῖν τινί τινος, per esempio Od. 6.68) (quella) vita (da βίοτος , ὁ, Ep. = βίος).
564       καὶ τὸ μὲν[29] αὐτοῦ μεῖν᾽ ὥς τε σκῶλος[30] πυρίκαυστος
E questa proprio qui rimase (da μένω), come un palo (da σκῶλος , ὁ,= σκόλοψ) bruciato dal fuoco (da πυρίκαυστος , ον),
565       ἐν σάκει Ἀντιλόχοιο, τὸ δ᾽ ἥμισυ κεῖτ᾽ ἐπὶ γαίης:
nello scudo di Antiloco,mentre una metà (da ἥμισυς , εια, υ, sostantivo al neutro) cadeva (da κεῖμαι) per terra;
566       ἂψ δ᾽ ἑτάρων εἰς ἔθνος ἐχάζετο κῆρ᾽ ἀλεείνων:
immediatamente indietreggiava (da χάζομαι) verso il gruppo (da ἔθνος , εος, τό) dei compagni per evitare (da ἀλεείνω) la morte;
567       Μηριόνης δ᾽ ἀπιόντα μετασπόμενος βάλε δουρὶ
Merione, seguendo (da μεθέπω) (quello) mentre se ne andava, si ritirava (da ἄπειμι), (lo) colpisce con la lancia
568       αἰδοίων τε μεσηγὺ καὶ ὀμφαλοῦ, ἔνθα μάλιστα
nel mezzo tra i genitali (da αἰδοῖον , τό, freq. al pl. αἰδοῖα, τά) e l’ombelico (da ὀμφαλός , ὁ), dove soprattutto
569       γίγνετ᾽ Ἄρης ἀλεγεινὸς ὀϊζυροῖσι βροτοῖσιν.
Ares diviene doloroso (da ἀλεγεινός , ή, όν, Ep. per ἀλγεινός) per gli infelici (da ὀιζυρός , ά , όν) mortali.
570       ἔνθά οἱ ἔγχος ἔπηξεν: ὃ δ᾽ ἑσπόμενος περὶ δουρὶ[31]
PARAGONE à Qui a lui immerse (da πήγνυμι) la lancia: e quello seguendo (da ἕπομαι) intorno alla lancia
571       ἤσπαιρ᾽ ὡς ὅτε βοῦς τόν τ᾽ οὔρεσι βουκόλοι ἄνδρες
si dibatteva, si contorceva(da ἀσπαίρω), come quando un bue che sui monti che gli uomini mandriani (da βούκολος , ὁ),
572       ἰλλάσιν[32] οὐκ ἐθέλοντα βίῃ δήσαντες ἄγουσιν:
avendolo legato (da δέω) con corde (da ἰλλάς , άδος, ἡ), trascinano con la forza mentre non vuole;
573       ὣς ὃ τυπεὶς[33] ἤσπαιρε μίνυνθά περ, οὔ τι μάλα δήν[34],
così egli, colpito (da τύπτω), si dibatteva, si contorceva(da ἀσπαίρω), per breve tempo (da μίνυνθα, avverbio) davvero, non certo per una lunga durata (da δήν, avverbio),
574       ὄφρά οἱ ἐκ χροὸς ἔγχος ἀνεσπάσατ᾽ ἐγγύθεν ἐλθὼν
finchè, venendo vicino, non gli tolse (da ἀνασπάω) dalla carne, dal corpo la lancia,
575       ἥρως Μηριόνης: τὸν δὲ σκότος ὄσσε κάλυψε.
l’eroe Merione: le tenebre gli velano gli occhi.
Adamante (T)

Paragone


576
576       Δηΐπυρον δ᾽ Ἕλενος ξίφεϊ σχεδὸν ἤλασε κόρσην
Eleno da vicino colpisce (da ἐλαύνω, qui con il doppio accusativo: non è mai un colpo da arma da lancio) Deipiro alla tempia (da κόρση , ἡ) con una spada
577       Θρηϊκίῳ[35] μεγάλῳ, ἀπὸ δὲ τρυφάλειαν ἄραξεν.
grande, tracia, (gli) spezza (da ἀπαράσσω, in tmesi) l’elmo.
578       ἣ μὲν ἀποπλαγχθεῖσα χαμαὶ πέσε, καί τις Ἀχαιῶν
Questo sbalzato lontano (da ἀποπλάζω) cade a terra, e qualcuno degli Achei
579       μαρναμένων μετὰ ποσσὶ κυλινδομένην ἐκόμισσε:
combattenti (da μάρναμαι) (lo) raccoglie, se ne prende cura (da κομίζω), mentre rotola (da κυλίνδω) tra i piedi;
580       τὸν δὲ κατ᾽ ὀφθαλμῶν ἐρεβεννὴ νὺξ ἐκάλυψεν[36].
una notte oscura (da ἐρεβεννός , ή, όν, Ep. aggettivo (Ἔρεβος)) gli discese (da καλύπτω, letteralmente “copro; avviluppo; oscuro”) sugli occhi.
Deipiro (A)

581
581       Ἀτρεΐδην δ᾽ ἄχος εἷλε βοὴν ἀγαθὸν Μενέλαον:
Un dolore prende l’Atride, Menelao forte nel grido di guerra;
582       βῆ δ᾽ ἐπαπειλήσας Ἑλένῳ ἥρωϊ ἄνακτι
muove, avanza (da βαίνω), micacciando, con atteggiamento minaccioso verso (da ἐπαπειλέω, con il dativo), Eleno, eroe signore,
583       ὀξὺ δόρυ κραδάων: ὃ δὲ τόξου πῆχυν[37] ἄνελκε.
agitando, scuotendo (da κραδαίνω), la lancia appuntita; quello tirava indietro (da ἀνέλκω) l’impugnatura (dell’arco) (da πῆχυς , ὁ, si tratta del punto centrale dell’arco, dove si colloca l’impugnatura)
584       τὼ δ᾽[38] ἄρ᾽ ὁμαρτήδην ὃ μὲν ἔγχεϊ ὀξυόεντι
I due allora insieme, contemporaneamente (da ὁμαρτήδην , = ὁμαρτῇ, ὁμαρτή, etc.), l’uno con l’asta appuntita
585       ἵετ᾽ ἀκοντίσσαι, ὃ δ᾽ ἀπὸ νευρῆφιν ὀϊστῷ.[39]
si avventa (da ἵημι) per lanciare, per colpire (da ἀκοντίζω), mentre l’altro con la freccia (da ὀϊστός , οῦ , ὁ , Att. ὀιστός) dalla corda.
586       Πριαμίδης μὲν ἔπειτα[40] κατὰ στῆθος βάλεν ἰῷ
Il figlio di Priamo a questo punto lo colpisce con il dardo al petto
587       θώρηκος γύαλον, ἀπὸ[41] δ᾽ ἔπτατο πικρὸς ὀϊστός.
la parte curva (da γύαλον , τό, comunque di non facile interpretazione) della corazza (da θώραξ , ακος, Ep. e Ion. θώρηξ , ηκος, ὁ); la freccia amara, acuta (da πικρός , ά, όν, poet. anche ός, όν) vola via.
588       ὡς δ᾽ ὅτ᾽ ἀπὸ πλατέος πτυόφιν μεγάλην κατ᾽ ἀλωὴν
PARAGONE à Come quando sulla vasta aia (da ἀλωή , ἡ) via da un ampio (da πλατύς , εῖα, ύ) ventilabro (da πτύον , τό, poet. gen. πτυόφιν, forma relativamente recente, Leaf ad loc.)
589       θρῴσκωσιν κύαμοι μελανόχροες ἢ ἐρέβινθοι
volano, saltano via (da θρῴσκω), le fave (da κύαμος , ὁ) dalla buccia scura (da μελανόχρους, ουν = μελάγχροος) o i ceci (da ἐρέβινθος , ὁ)
590       πνοιῇ ὕπο λιγυρῇ καὶ λικμητῆρος ἐρωῇ,[42]
sotto, per effetto del vento (da πνοή , ῆς, ἡ, Ep. πνοιή , sempre quest’ultima forma in Omero) stridulo, sibilante (da λιγυρός , ά, όν), e del colpo (da ἐρωή, ἡ) della pala (da λικμητήρ , ῆρος, ὁ),
591       ὣς ἀπὸ θώρηκος Μενελάου κυδαλίμοιο
così dalla corazza del glorioso, illustre Menelao
592       πολλὸν ἀποπλαγχθεὶς ἑκὰς ἔπτατο πικρὸς ὀϊστός.
molto, con forza (da πολύς , Att. πολλή, πολύ; acc. sing. come avverbio), deviata (da ἀποπλάζω) lontano vola (da πέτομαι) la freccia amara, acuta (da πικρός , ά, όν, poet. anche ός, όν) vola.
593       Ἀτρεΐδης δ᾽ ἄρα χεῖρα βοὴν ἀγαθὸς Μενέλαος
L’Atride invece, Menelao valido nel grido di guerra, la mano
594       τὴν βάλεν ᾗ ῥ᾽ ἔχε τόξον ἐΰξοον: ἐν δ᾽ ἄρα τόξῳ
colpisce, quella (mano) con la quale teneva l’arco ben levigato (da εὔξοος , Ep. ἐΰξοος , ον, gen. ἐΰξου = εὔξεστος); e proprio nell’arco
595       ἀντικρὺ διὰ χειρὸς ἐλήλατο χάλκεον ἔγχος.
da parte a parte attraverso la mano penetra (da ἐλαύνω) la lancia di bronzo.
596       ἂψ δ᾽ ἑτάρων εἰς ἔθνος ἐχάζετο κῆρ᾽ ἀλεείνων
Immediatamente indietreggiava (da χάζομαι) verso il gruppo (da ἔθνος , εος, τό) dei compagni per evitare (da ἀλεείνω) la morte;
597       χεῖρα παρακρεμάσας: τὸ δ᾽ ἐφέλκετο μείλινον ἔγχος.
lasciando abbandonata (da παρακρεμάννυμι, la mano, o il braccio, è lasciato ricadere lungo il fianco) la mano; e quella trascinava (da ἐφέλκω), l’asta di bronzo.
598       καὶ τὸ μὲν ἐκ χειρὸς ἔρυσεν μεγάθυμος Ἀγήνωρ[43],
e quella (gli) estrae (da ἐρύω) della mano il magnanimo Agenore,
599       αὐτὴν δὲ ξυνέδησεν ἐϋστρεφεῖ οἰὸς ἀώτῳ
e la stessa benda, fascia (da συνδέω), con ben ritorta, ben attorcigliata (da ἐϋστρεφής, ές), lana (da ἄωτον , τό, e ἄωτος , ὁ: in Omero per lo più usato per la lana più fine) di pecora,
600       σφενδόνῃ[44], ἣν ἄρα οἱ θεράπων ἔχε ποιμένι λαῶν.
con la fionda (da σφενδόνη , ἡ), che il servitore porta per lui, per il pastore di genti.
La cura della ferita

Paragone





[1] Cfr. 13.404 e 13.184.
[2] Vedi 5.99, dove θώρηκος γύαλον è anticipato di un piede nel verso.
[3] 507-508 = 17.314-315. ὃ δ᾽ ἐν κονίῃσι πεσὼν ἕλε γαῖαν ἀγοστῷ ricorre in 520 e in 11.425.
[4] 510-511 = 5.621-622.
[5] Qui abbiamo γυῖα nell’originale senso di “giuntura; articolazione”, dalla radice γυ- (piegare).
[6] Qui καὶ τότε si riferisce all’insuccesso di Deifobo nel colpire Idomeneo in 404.
[7] Enialio (᾿Ενυάλιος) è una divinità della guerra, e fa coppia con la dea Enio. Certamente non è fin dalle origini un semplice epiteto di Ares, come appare da Omero in poi, ma una divinità da esso distinta; e distinto torna a essere negli scrittori più tardi, dove è figlio di Ares o di Crono. Identificato talvolta dai Romani con Quirino.
[8] ὃ δ᾽ ἐν κονίῃσι πεσὼν ἕλε γαῖαν ἀγοστῷ è formulare, e compare per esempio in 11.425 e 13.508.
[9] Ecco una espansione unica di ὄβριμος Ἄρης, che invece compare 6x in Omero. Βριήπυος compare solo qui, e forse significa “dalla potente voce”. Si vedano βαρύφθογγος, βαρύβρομος, βαρύκτυπος (tutti negli Inni Omerici). Oppure βρι può semplicmente significare “potente”, come in βρι-αρός, ὄ-βρι-μος: una connessione con βριθύς non è certa. A proposito della potente voce di Ares, si confronti 5.860.
[10] I versi 521-525 sono probabilmente una aggiunta tarda, che fa riferimento più avanti a 15.110 sgg., al momento in cui Ares viene a conoscenza della sua perdita, del suo lutto. L’idea degli dei seduti sotto una volta di nuvole d’oro, in cima all’Olimpo, difficilemnte è omerica. E a proposito di 524 sg., il resto dell’Iliade non conosce nulla relativamente a questo imprigionamento degli dei in Olimpo, e quest’affermazione è in palese contraddizione con la visita di Poseidone al campo greco. Il presunto interporatore sembra aver avuto un ricordo poco accurato dell’inizio del libro VIII, dove afli dei viene ordinato di non aiutare i combattenti.
[11] Si veda il verso 496.
[12] Si noti ancora che πρυμνοῖο βραχίονος significa la parte superiore del braccio, vicino alla spalla, come 16.323 (all’accusativo). Quindi in 539 χείρ significa “braccio”, non “mano”: una chiara evidenza di questo significato.
[13] ἂψ (δ᾽) ἑτάρων εἰς ἔθνος ἐχάζετο è formulare: ricorre 7x con κῆρ᾽ ἀλεείνων, per esempio in 566, 596, 648, o in 11.585 e 3.32. Senza solo qui e in 165, sempre a proposito di Merione. Per lo più la formula è utilizzata per guerrieri feriti o che verranno uccisi: Merione però costituisce una eccezione.
[14] 535-538 = 14.429-432.
[15] Cfr. 13.169.
[16] I commentatori antichi e la maggior parte dei commentatori moderni connettono questo termine con ἕπομαι oppure ἅπτω (da cui le forme con ἑ- oppure ἐ-) e spiegano la frase nel senso che lo scudo e l’elmo gli rimangono allacciati, attaccati a lui, e lo seguono nella sua caduta. Questa spiegazione offre un sensoo più naturale alla scena, ma la forma del verbo non può comunque essere spiegata in modo soddisfacente.
[17] L’espressione θάνατος χύτο θυμοραϊστής è formulare: ricorre anche in 16.414 e 16,580. Si veda poi 16.591 e 18.220. Per l’aggettivo in particolare si veda Chantraine, Dict. s.v. ῥαίω.
[18] Quanto a φλέβα, è chiaro che non è nota agli anatomisti moderni alcuna vena che corre verso il collo attraversando tutta la schiena. Ippocrate sembra però sostenesse l’ipotesi che c’erano quattro coppie di grosse vene, delle quali la prima partiva dal collo e correva lungo entrambe i lati della spina dorsale fino alla regione lombare. Gli antichi non sapevano che le arterie contenevano sangue. Quindi il riferimento non è probabilmente alle arterie carotidee, come potremmo supporre, ma piuttosto alle vene giugulari. Dunque questa vena è certo una fantasia del poeta, ma riflette le conoscenze dell’epoca. Il termine φλέψ non ricorre altrove in Omero.
[19] Toone cade sulla schiena, con i piedi verso i suoi compagni. Aristarco spesso nota se le vittime cadono nella direzione del colpo o via da esso, ciò che dipende dal colpo stesso: possono dunque cadere per effetto della forza del colpo oppure per gli effetti di questo sul corpo (Arn/A 4.108,4.463, 5.58, 5.68, 11.144). Qui viene detto che Toone cade nella direzione da dove proviene il colpo dal momento che, con la’vena della schiena’ recisa, il suo νεῦρον (il suo midollo spinale?) non lo supportava più. Per un altro problema relativo alla colonna vertebrale, si veda 20.482 sg., dove si dice che il midollo ne fuoriesce quando la testa viene recisa.
[20] 549 = 4.523.
[21] Le brevi vittorie troiane di Enea, Eleno e Paride (541-544, 576-580 e 660-672) scandiscono questa fase del combattimento, per il resto piuttosto amorfa. I Troiani stanno ora attaccando, ma la loro inferiorità – anche di fronte a guerrieri greci di minore valore – è messa in evidenza dal minor numero e dalla minore elaborazione dei loro successi, e dal loro insuccesso allorquando tentano di spogliare i corpi delle loro armi. Comunque l’appassionata denuncia della loro ostinazione – incorniciata dalle vittorie greche – scaccia ogni impressione che gli Achei stiano passando un momento favorevole, e la scena termina con la morte del più importante tra i Greci a cadere, Euchenore. Menelao ferma l’attacco troiano in modo meno definitivo di quanto Enea abbia fermato Idomeneo.
Afareo viene ucciso mentre è rivolto verso Enea, a differenza di Toone che si volta per fuggire, probabilmente impaurito per le perdite sul suo fronte.
[22] Si veda 11.580, e la nota a 7.122. αἴνυτο qui è chiaramente un imperfetto, non un aoristo come in 4.531 (Leaf, ad loc.).
[23] Antiloco viene chiamato figlio di Nestore per rimarcare che Poseidone sra proteggendo suo nipote, dal momento che il dio aveva generato Neleo (cfr. Od. 11.254). Quindi Poseidone gli insegnò l’equitazione, e il dio è onorato a Pilo (23.306 sg. Od. 3.5 sg.), dove le tavolette confermano il suo speciale stato all’epoca micenea.
[24] L’uso di ἔχειν con avverbi come una semplice copula non è omerico. Si veda 679.
[25] L’aggiunta di φρεσὶν a τιτύξκετο è unica in Omero: il verbo viene altrimento usato solo nel puro senso fisico, come in 560.
[26] Si veda αὐτοσχεδὸν ὁρμήθησαν in 13.526 e 13.496.
[27] ἀμενήνωσεν è hapax legomenon derivato da ἀμενηνός; come Ares in 444, qui Poseidone priva la lancia della sua μένος. Questo verso varia lo standard ἀνεγνάμφθη δέ οἱ αἰχμὴ (3x nell’Iliade, per esempio 3.348), ad indicare che egli è ancora coinvolto nello svolgimento della guerra. Gli dei sviano i colpi in 4.130 (Atena), 8.311, 15.521 (Apollo).
[28] κυανοχαῖτα è epiteto solo di Poseidone, ad eccezione di Borea in forma di cavallo (20.224). Nella persistente vaghezza del mondo dei colori in Omero, questo attributo potrebbe semplicemente significare “dagli scuri capelli”, ma “dai capelli blu” risulta appropriato per un dio del mare blu, e Tritone in un noto frontone arcaico in Atene ha la barba dipinta di un blu brillante. Dunque questo aggettivo descrive – come si è detto - anche i cavalli, e non ci sono dubbi che anticamente significava “dalla scura criniera” con riferimento alle tendenze ippomorfiche di Poseidone: si vedano per es. le implicazioni di βοῶπις (Era) e γλαυκῶπις (Atena).
[29] τὸ μέν è una constructio ad sensum dopo αἰχμή: cfr. 5.140, 11.238, Od. 4.508. Si tratta della punta della lancia.
[30] Lo σκῶλος (hapax) è l’arma più primitiva, un palo con una estremità carbonizzata per indurirla: cfr. σκόλοψ, ed il palo reso acuminato al fuoco con il quale il Ciclope viene accecato (Od. 9.328). Pensiamo poi a | ὥς τε σκῶλος […] | [….] ἐπὶ γαίης e al verso 654, ὥς τε σκώληξ ἐπὶ γαίῃ: l’eco prova che il suono e la sintassi sono rimasti nella mente del bardo per 90 versi. Anche πυρίκαυστος è hapax.
[31] Qui il senso di περὶ δουρὶ è “con la lancia dentro di lui”. Merione ha seguito (μετασπόμενος, 567) Adamante, quindi ha lanciato l’asta (βάλε δουρὶ, 567) colpendo il nemico tra l’ombelico e il pube. Adamante cade a terra, mentre la lancia è ancora confitta nel suo corpo. Poi Merione si avvicina a lui ed estrae l’asta dal corpo.  περί è strettamente connesso con ἑσπόμενος, e prende il posto del consueto ἅμα con ἕπεσθαι: il Ma la frase è usata propriamente per una lancia strappata via da una ferita. Inoltre al posto di ἤσπαιρ᾽ ci si sarebbe attesi piuttosto ἤρυγεν, come nella simile scena in 20.404 (Pallis). Il senso è probabilmente che Adamante ora asseconda, segue con il corpo gli strappi e le spinte che il suo avversario dà con l’asta, proprio come un toro selvaggio (come si comprende da οὔρεσι, 571) lotta e si divincola mentre viene trascinato dai bovari che lo hanno legato. τυπεὶς è strano con βάλε. Dobbiamo intendere che Merione sia ad una certa distanza dall’avversario: Aristarco riteneva che τύπτω, “colpire”, fosse utilizzato per il corto raggio. Adamante infine muore quando Meriose tira via la sua lancia (14.518 sg., 16.505).
[32] ἰλλάσιν è da ἰλλάς, indicando una corda intrecciata (da ϝείλειν), sia di cuoio che fatta con rami flessibili. È hapax in Omero.
[33] τυπείς viene utilizzato solo per ferite inferte con un affondo, secondo il canone di Aristarco, che deve quindi aver letto δαμείς (Lehrs), dal momento l’asta viene lanciata (βάλε δουρὶ, 567). Omero in effetti distingue tra il lancio e l’affondo, tra τύπτειν e βάλλειν, com’è chiaro da δουρὶ τυπεὶς ἢ βλήμενος ἰῷ (Il.11.191 = 206).
[34] Si veda 1.416.
[35] La spada tracia di Asteropeo viene lodata in 23.807 sg.: si tratta di una spada presa ad un Peonio ed offerta come premio. Qui però è un φάσγανον. I Traci sembra avessero una antica reputazione di lavoratori di metallo (in Omero vedi 10.438, 24.234), ed erano evidentemente dei commercianti. Non c’è comunque alcuna ragione per supporre che la spada tracia fosse di forma e dimensioni differenti dalle normali armi omeriche, come invece fanno gli scoliasti (μόνοι γὰρ ἐν βαρβάροις οἱ Θρᾶικες μεγίστοις ξίφεσι χρῶνται, Α); μέγα è il normale epiteto della spada.
[36] Si veda 5.659.
[37] πῆχυς è il punto centrale da dove l’arco viene tenuto (di confronti Od. 21.419, τόν ῥ᾽ ἐπὶ πήχει ἑλὼν ἕλκεν νευρὴν); per essere precisi, Eleno tira indietro la corda dell’arco, non il πῆχυς. Entrambe le metà del verso 583 ricorrono altrove (20.423, 11.375).
[38] In passaggi di questo tipo τὼ δέ si trova comunemente senza un verbo, seguito da ὁ μὲν […] ὁ δέ in apposizione distributiva (si veda per esempio 7.306). L’asindeto dopo ὁμαρτήτην, sebbene piuttosto severo, può essere considerato ‘esplicativo’.
[39] Questi due versi – 584 sg. – formano un chiasmo con quello che segue.
[40] ἔπειτα, “subito dopo; immediatamente dopo”, pone semplicemente la frase che segue in connessione immediata con ciò che precede, senza utilizzare l’espressione piena μετὰ ταῦτα.
[41] Qui 587 = 5.99, ma con ἀπό per διά. Qui la freccia non trapassa il corsaletto, ma rimbalza via.
[42] Si noti come l’umile, servile lavoro venga nobilitato dagli epiteti utilizzati (πλατύς, μέγας, μελανόχρους, λιγυρός) e dagli hapax legomena epici πτύον, ἐρέβινθος, λικμητήρ e μελανόχρους.
[43] Agenore, il comandante della seconda colonna troiana, viene in aiuto di un comandante della terza (12.93 sg.): si vedano le cure che Polite presta a Deifobo (533 sgg.), e la rimozione di frecce in 4.210 sgg., 5.112, 11.397 sg.. Il verso 600 che segue spiega come la suddetta espressione si riferisca alla fionda, σφενδόνη, come Agenore ne sia venuto in possesso: a proposito di servitori o comagni che portano le armi di un eroe, si veda 709-711. Non c’è ragione di rigettare il verso come una glossa: si veda la nora al verso 600.
[44] σφενδόνῃ è un termine che non ricorre altrove in Omero, e neppure le fionde sono menzionate altrove nel poema a meno che, in forza del presente passaggio e dell’espressione ἐϋστρεφεῖ οἰὸς ἀώτῳ non la ritroviamo in ἐϋστρεφεῖ οἶος ἀώτῳ nel verso 716: qui si dice che i Locri le utilizzano insieme agli archi. Il contesto ci obbliga qui ad interpretare l’espressione come riferita alla fionda, oppure alle corde dell’arco, oppure ancora (Povelsen) ad un farsetto in lana intrecciato in modo molto serrato. Quest’ultima interpretazione è esclusa in virtù delle parole che seguono: οἷσιν ταρφέα βάλλοντες (718), che difficilmente può riferirsi solo a τόξοισιν. E per quanto riguarda le corde dell’arco, queste non potevano essere fabbricate con la lana, per quanto strettamente intrecciata, mentre potevano essere fatte con tendini (4.118 etc.): la lana non avrebbe mai retto alla tensione di un arco. Dobbiamo dunque concludere che al verso 716 si faccia riferimento alle fionde, e que di conseguenza qui il termine σφενδόνη debba avere questo stesso significato. Anche se qui il termine si riferisce semplicemente ad un bendaggio, una fasciatura (come in Ippocrate), questo senso può solo essere secondario, e implica comunque una conoscenza dell’arma. E sappiamo dalle figurazioni (una famosa scena di assedio su un la scena di assedio su un rhyton in argento) che le fionde erano impiegate nelle guerre micenee.
Tra l’altro, non c’è ragione di dubitare, appunto sulla base della conoscenza di questo tipo di arma, dell’autenticità di questo passaggio: la rarità delle allusioni alle fionde è senza dubbio da attribuirsi al fatto che questa era l’arma del disprezzato soldato semplice armaro alla leggera, di cui il poeta eroico non si occupava. Bisogna comunque ammettere che il verso 600 è aggiunto in modo piuttosto goffo, e fa tutta l’apparenza di una glossa, sebbene di una glossa corretta. οἱ […] ποιμένι λαῶν non è tipico dello stile epico, e lo θεράπων senza nome sembra essere un soldato semplice, mentre lo θεράπων omerico è piuttosto un compagno d’armi, un eroe esattamente come il suo comandante. Questi sospetti di Leaf (ad loc.) non sono però condivisi da Jarko (ad loc.): si veda 11.341; inoltre ποιμένι λαῶν spesso rimpiazza il nome dell’eroe (e.g. 14.423, 15.262).